“Un Capitano”, Totti si racconta: «Non gioco più, i protagonisti sono altri. Andate da loro». Il rapporto con Luis Enrique e lo strazio dell’addio al calcio: «Una mutilazione»

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Francesco Totti si racconta. La biografia, scritta insieme a Paolo Condò, ripercorre a 360° la storia del Capitano: nonno, padre, figlio o fratello di ogni singolo tifoso romanista. Leggendolo, sembra di sfogliare l’album dei ricordi di famiglia a tavola, il giorno del tuo compleanno: via Vetulonia, Mazzone, Bianchi, Zeman, il 2001, il rapporto con Cassano, il 2006, Spalletti parte prima, Luis Enrique e Spalletti parte seconda. Quasi tutto già noto. Alcuni passaggi però, quelli dell’uomo e non del calciatore, non li conosciamo. «Sono imbarazzato davanti a manifestazioni d’affetto che mi lusingano oltre ogni limite, ma che qualcosa mi costano. – scrive Totti – Succede ancora oggi: quando entro con la squadra in uno stadio, in un aeroporto, in un albergo, e tutti corrono da me. In quei momenti vorrei scavarmi una buca e sparire: non gioco più, ora i protagonisti sono altri, andate da loro e caricateli di amore come avete fatto con me per venticinque anni. Andate da Daniele (De Rossi, ndr), è lui adesso il nostro capitano». Si è tanto parlato in questi anni del suo rapporto con ‘Capitan Futuro‘, che ormai è capitan presente. Il loro rapporto è spiegato nei capitoli finali del libro in cinque parole:  «Quanto ci vogliamo bene, Daniele». 

Totti non si sofferma troppo sulla cessione della società, ma riguardo il primo tecnico scelto, Luis Enrique, si espone e racconta i pensieri dopo le sue dimissioni: «Provo un dolore lancinante (…). Luis Enrique mi lascia qualcosa dentro. Il ricordo di una persona vera. Lo abbraccio, abbiamo entrambi gli occhi umidi (…). Se potessi dargli un po’ della mia capacità di vivere in questa città lo farei subito»E pensare che l’ex numero 10 ha rischiato di non iniziare quella stagione con i giallorossi, lo spiega attraverso un dialogo telefonico con Baldini, non quello uscito poche ore fa, quando Totti aveva smesso di giocare, ma un altro, quando era ancora un calciatore della Roma. Baldini«Guarda Francesco, fosse per me io ti venderei».«Trovami una squadra, io non ho problemi», risponde il Capitano. «Non posso, (…) ti vogliono tutti, quindi non ti vendo», chiosa l’ex dirigente.

Le aspettative su Luciano Spalletti, racconta Totti, erano positive. Il rapporto tra loro, senza scendere troppo nei dettagli, è diventato insostenibile per entrambi. Il culmine del loro litigio arriva il giorno dopo  l’intervista del Capitano ai microfoni della Rai. «Che cosa devo fare io, adesso?», chiede il mister. «Mister ha sentito l’intervista? Guardi che Vito l’ha registrata…», replica Totti. Spalletti: «Non me ne frega niente dell’intervista, conta quello che c’è scritto qui, sui giornali». Totti risponde: «Guardi che io di lei ho parlato soltanto bene, è alla società che ho chiesto più rispetto».  L’allenatore però non ci crede e manda il numero 10 a casa, cacciandolo da Trigoria. Francesco subisce la punizione più umiliante e dice: «Molto bene, accetto la sua punizione. Vedremo se sarò io o lei a pagarne le conseguenze». Dopo un altro botta e risposta a forza di decibel, il mister dice: «Tu ormai sei come gli altri, dimenticati di quando eri insostituibile».La chiusura di Totti è da brividi: «Vigliacco, adesso che non ti servo più mi rompi il cazzo, eh? Sei tornato qui con una missione (cacciarlo, ndr), portala a termine!».

«SPERAVO DE MORI’ PRIMA» – Quando Totti è sui gradini, prima di entrare sul rettangolo di gioco per il giro di campo e per gli ultimi saluti,  vive il momento più difficile: «Penso al mio passato. Penso e rivivo vittorie, sconfitte, infortuni. La privazione è lancinante. Una mutilazione». Sugli ultimi cinque minuti della gara contro il Genoa, dopo il gol di Perotti, l’ex numero 10 spiega il paradosso che stava vivendo: «Devo perdere gli ultimi cinque minuti della mia carriera. Io, che se potessi di minuti ne giocherei altri cinquemila (…). E’ finita. Sento allargarsi dentro di me un buco enorme, una voragine da togliere il respiro»In chiusura spiega le sue prospettive: rubare con gli occhi il mestiere a Monchi. Si vede nell’area tecnica: «Perché, lasciatemi dire, i campioni li riconosco al volo, o comunque prima degli altri. Mi basta uno stop, un tiro o un dribbling per sapere quanto calcio ci sia dentro un ragazzo». Il prossimo numero 10, magari, in qualche campetto della Capitale, lo troverà lui.

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