Data di pubblicazione: martedì 06 Aprile, 2021 10:08

Pallotta: “Ecco perché sono scappato da Roma”

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Più che un’intervista è un instant book. Nove anni di Roma riassunti in una ventina di fogli A4, James Pallotta lascia il suo testamento giallorosso a The Athletic. Nove anni di gestione, una valanga di milioni investiti come mai nessuna proprietà ha fatto nella storia del club, 80 dei quali destinati al progetto di uno stadio che non vedrà mai la luce.

Adesso Pallotta si guarda indietro e racconta perché è dovuto scappare da quella sorta di inferno che era diventata per lui la Roma: “Sono arrivato al punto in cui pensavo: ‘perché sto spendendo il mio tempo per andare laggiù e stare pochi giorni?’. Quando rifletto sugli anni che ho passato come presidente prima di vendere il club, mi rendo conto che quasi il 15% della mia vita è associato alla Roma. Adesso, mentre ripenso al mio tempo trascorso alla guida del club e interagisco con i tifosi su Twitter, la mia unica frustrazione è che alcune persone non si rendono conto di quanto amassi la Roma“.

Durante gli anni della sua gestione, Pallotta ha sempre combattuto le narrazioni dei media, locali e non, che hanno contribuito non poco ad alimentare l’odio crescente dei tifosi nei suoi confronti. «I romanisti ricevevano così tanti messaggi contrastanti dalla radio o dai giornali ed erano semplicemente falsi. Avrei dovuto passare tutto il mio tempo a smentire. Ma abbiamo deciso di aspettare che arrivasse il momento in cui la gente avrebbe capito e si sarebbe fidata di noi. Hanno detto “Pallotta vuole solo costruire uno stadio per guadagnare soldi per sé stesso”. Invece era strutturato sotto una holding, quindi avevi la squadra da una parte e lo stadio dall’altra. Bisognava fare così per proteggere il club dal fallimento».

James e i suoi soci non hanno scelto un periodo fortunato per gestire la Roma. Mentre provavano a costruire lo stadio, al Campidoglio sono passati tre diversi sindaci e un commissario. E intanto si avvicinava la fine della carriera di Totti e De Rossi, nessuno dei due realmente convinto di smettere. «Francesco è stato alla Roma per 30 anni. Alzarsi e andare a Trigoria, questo ha fatto ogni giorno per una vita. Quando stava per smettere noi intendevamo rispettare il contratto che aveva firmato con la proprietà precedente che prevedeva altri sei anni da dirigente. Ho avuto diverse conversazioni con lui chiedendogli: “OK, cosa vuoi fare dopo?”. Voleva allenare e allora gli ho spiegato che avrebbe dovuto studiare, ottenere la licenza da tecnico e poi dedicarsi a quello per 80 ore alla settimana. E allora abbiamo parlato di coinvolgerlo in una serie di attività di marketing e sponsorizzazione, in modo che se avesse contribuito a concludere qualche affare, gli avremmo riconosciuto una percentuale».

Nel frattempo Totti aveva però deciso di voler diventare un dirigente dell’area tecnica e non si sentiva coinvolto pienamente nella gestione della squadra. Pallotta pensava anche che «Sarebbe stato fantastico se lui avesse lavorato con noi nella ricerca di nuovi talenti. Vi immaginate un ragazzo di 14 anni che si vede arrivare a casa una leggenda come Francesco? Avrebbe facilitato la scelta. Totti ci ha dato dei consigli e volevamo che lo facesse ancora di più. Abbiamo ascoltato suoi suggerimenti molto, molto forti su quale allenatore avremmo dovuto scegliere per la Roma».

Ma era tutto inutile, perché come lo stesso Capitano ha raccontato nel libro, nel docu-film e attraverso la serie tv, c’era una sola cosa che voleva fare: giocare. Pallotta e i dirigenti hanno invece deciso di mettere un ragionevole punto quando stava per compiere 41 anni. Appena due stagioni dopo, lo stesso principio è stato applicato con De RossiMonchi e gli altri membri dell’area sportiva ritenevano che a causa degli infortuni De Rossi avrebbe potuto giocare al massimo una partita a settimana. «Quindi cos’altro potevo decidere? Che c… dovevo fare? si chiede Pallotta  il suo era un ruolo importante».

ilgiallorosso.it

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