Data di pubblicazione: martedì 01 Maggio, 2018 8:51

Alisson: “Salah vale Messi ma all’Olimpico questa Roma può fare la storia”

Il futuro è per tutti terra straniera. Alisson Ramses Becker – a 25 anni e con un folgorante avvenire tra le mani – non fa certo eccezione. Questo però non incrina quella magia episodica chiamata senso di appartenenza, svelato in un piccolo particolare. A volte, quando passa nelle sale di Trigoria in cui ci sono fotografie storiche dei campioni della Roma, il brasiliano tocca l’immagine di Guido Masetti, portiere del primo scudetto, e si bacia la punta delle dita. «È un piccolo gesto d’affetto che faccio nei confronti del passato del club – spiega –. Qui sono passati calciatori grandissimi. Penso a Falcao. Ogni volta che vedo la sua foto penso: “Magari possiamo fare storia come lui”».

La storia è adesso, e si chiama Liverpool. Domanda semplice: come si ferma Salah?

«È dura. Ha doti innate e ora ha una fiducia in se stesso incredibile, ma possiamo fermarlo giocando di squadra. Il Liverpool, d’altronde, ha qualità collettiva. Sono cattivi, furbi, veloci. Pensate a Firmino. È fenomenale. Non dà punti di riferimento e questo dà molto fastidio agli avversari. Perciò occorrerà un lavoro di squadra e non solo di difesa».

In questo momento Salah fa paura come Messi?

«Messi è il calciatore più forte contro cui ho giocato, ma adesso Momo va temuto come l’argentino. Con la stagione che sta facendo può entrare in lizza per il Pallone d’oro, o almeno arrivare fra i primi tre, anche se i giochi si faranno dopo la fine della Champions e soprattutto dopo il Mondiale».

Che sensazioni ha provato quando era sotto 5-0?

«Una delle peggiori della mia carriera. Avevo addosso un senso d’impotenza. Sono stato male due giorni. Per fortuna il calcio ti dà subito una chance e col Chievo è andata bene».

Parare un rigore ha «lavato» un po’ i 5 gol dell’Anfield?

«No, quelli si lavano con una vittoria e con una classifica finale che ci soddisfi, altrimenti resteranno sempre addosso».

Perché quel crollo a Liverpool?

«C’è stato buon inizio, ma dopo il primo gol siamo calati mentalmente e fisicamente. Non siamo riusciti più a fermarli. Può essere che il sistema di gioco abbia contato, che un altro schema poteva dare una mano alla squadra, però quello che determina tutto è l’atteggiamento. In campo dobbiamo correre e stare attenti. Per fortuna abbiamo segnato due reti, così siamo ancora vivi».

Che percentuale dà alla Roma di arrivare in finale?

«Noi conosciamo la nostra vera forza, sappiamo che c’è il pubblico come dodicesimo giocatore, che in casa non abbiamo subito mai gol in Europa, che abbiamo battuto 3-0 il Chelsea e il Barcellona. E tutto questo ci dà fiducia. Abbiamo il 50% di possibilità di passare il turno».

Purtroppo, dopo i misfatti dell’andata, si giocherà in un clima militarizzato.

«Certa gente fa associare alla violenza il nome della Roma, ma anche il nostro. Ci mette tutti dentro questo bruttissimo episodio. Ha ragione Di Francesco: condanniamo queste azioni. Speriamo che la partita sia solo una festa».

Passando al campionato, lo scudetto ormai è segnato?

«Guardi, io penso solo ad andare in finale di Champions. Chi vince per me è indifferente».

Escludendo i romanisti, quali sono in questo campionato i migliori nel ruolo di attaccante, difensore e portiere?

«Direi Icardi, Miranda e poi c’è il mio idolo, Buffon, ma visto che non ha giocato tanto, scelgo Handanovic».

Tutti interisti: le devo chiedere la differenza che ha trovato tra Di Francesco e Spalletti.

«Spalletti è bravissimo, però gli manca un po’ di gestione positiva nello spogliatoio. Per positiva intendo una gestione che faccia crescere la squadra. Guidare uno spogliatoio è difficile, ma a lui quella dote manca, mentre Di Francesco, che è cresciuto durante la stagione, invece ce l’ha».

Lei era arrivato a Roma per essere titolare? E se sì, quanto ha sofferto la panchina?

«Sì, ero il portiere del Brasile e quindi pensavo di giocare subito, perciò ho sofferto. Speravo di avere più opportunità, invece ne ho avute meno di quelle che mi aspettassi. Il rapporto con Szczesny è stato positivo, siamo cresciuti tutti e due, ma un altro anno da riserva non lo avrei vissuto».

Dal Real Madrid allo stesso Liverpool, il suo nome è associato ai top club, ma adesso si dice che la Roma, grazie agli introiti arrivati dalla Champions, non abbia più bisogno di venderla. Ci sono almeno il 50% di possibilità che lei resti alla Roma?

«Non so quello che succederà. Logico che l’interesse mi faccia piacere. Dico che non è solo una questione di avere bisogno. So il mio valore – non in soldi ma come calciatore –, so quello che porto alla squadra, ma penso solo al presente. Quello che succederà dopo, lo lasciamo per dopo. Io sono qui, e per fare bene le cose devo concentrarmi su questo. Anche quando ero all’Internacional, avevo trattative con la Roma, ma pensavo solo a fare bene. Ho giocato sei mesi col contratto già firmato con i giallorossi, eppure ho vinto lo stesso».

Il Mondiale è alle porte: il Brasile di chi deve avere timore?

«Se vogliamo vincere occorre essere pronti a tutto. Ci siamo preparati benissimo. La qualità sappiamo di averla, ma i primi favoriti sono i tedeschi. La Spagna, poi, è sempre forte, e l’Argentina quando arriva il momento decisivo cresce. Mi dispiace che non ci sia l’Italia, ma per noi significa avere un avversario pericoloso in meno».

Sparigliamo: in marcatura è più bravo Manolas o sua moglie Natalia? Sappiamo che lei in Brasile era seguito dalle «mariachuteiras», le equivalenti delle «groupie» per i gruppi rock.

Ride. «È più brava mia moglie, ma non è troppo gelosa, e poi io sono tranquillo. È successo una volta che, entrando in un ristorante, un paio di ragazze mi toccavano il sedere e lei mi toglieva le loro mani di dosso, ma confesso che non me n’ero neppure accorto».

D’altronde in Brasile lei era soprannominato «O Muso», il Bello.

«È vero, quando ero più giovane mi avevano chiesto di sfilare come fotomodello, però non ci ho mai pensato. Ho sempre voluto fare solo il calciatore, anche se in Brasile i miei compagni per scherzare ancora mi chiamano “Muso”».

Se poi aggiunge il fascino del chitarrista…

«Sì, a cantare sono un disastro, ma con la chitarra me la cavo. Ne ho cinque e suono tutti i generi, dalla musica brasiliana al rock. Ora ho comprato anche un pianoforte, ma le assicuro che sono più bravo come portiere che come musicista».

I Becker, d’altronde, sono una famiglia di portieri, non di tennisti, vero?

«Vero. Nessuna parentela con Boris, mai conosciuto. Portiere invece lo era il mio bisnonno, mio padre, mia madre – anche se di pallamano – e ovviamente mio fratello Muriel. Mio padre ci dice che se abbiamo scelto questo ruolo è perché da bambini andavamo a vederlo giocare. In porta era un pazzo, si tuffava di testa sul pallone. Era bravo, ma io e mio fratello siamo un po’ più puliti. Il mio modello in realtà è Neuer».

Più forti i fratelli Becker o quelli Donnarumma?

«Io punto sui Becker, ma sarebbe una bella sfida».

Torniamo da Natalia. Sua moglie è medico: non le dà un po’ di senso di colpa il pensiero che in questa società chi cura le malattie, magari salva delle vite, guadagni un millesimo rispetto a un calciatore?

«Penso che anche noi calciatori salviamo le vite. Tanti di noi usano la popolarità per fare del bene, per aiutare la gente. I medici hanno un valore incredibile, ma penso che la soddisfazione di aiutare il prossimo, per loro, sia maggiore rispetto a quella di guadagnare soldi».

Se va a Kiev, che cosa è disposto a fare? Un tatuaggio, una notte alla Nainggolan?

«No, niente di tutto questo. Ho già un discorso con Dio. Un sogno grandissimo da realizzare. Non lo sa nessuno. Diciamo solo che si tratta di beneficenza, ma la Parola spiega che non bisogna parlarne perché, se tu lo fai, la tua ricompensa sarà quella». Parola di Alisson, in missione Champions (anche) per conto di Dio.

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