Data di pubblicazione: giovedì 13 settembre, 2018 9:34

Tra rinvii e inchieste. Lo stadio che non c’è. A sei anni dall’avvio del progetto tutto fermo per l’arresto di Parnasi

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«It’s a big day today». Erano le 11.43 local time (le 17.43 in Italia), c’era un bel sole a Orlando, in Florida, il giovane e rampante costruttore romano indossava il vestito delle grandi occasioni, il manager americano re dei fondi speculativi grandi occhiali scuri e una camicia senza cravatta. Entrambi sfoderavano il loro migliore sorriso. Era il 30 dicembre 2012. «Un grande giorno», in cui Luca Parnasi sentì che sarebbe diventato un palazzinaro più famoso del padre, e James Pallotta si convinse di aver fatto l’affare della vita. Sono passati quasi sei anni dalla firma dell’accordo tra Parnasi e Pallotta, il primo atto del progetto «stadio della Roma». Col passare dei mesi, poi degli anni, questo stadio è diventato un Everest. Da quel 30 dicembre 2012, sono trascorsi 2.083 giorni. Roma ha avuto tre sindaci di tre aree politiche diverse e un commissario nominato dal governo. Eppure, il progetto non ha ancora concluso il proprio iter burocratico. Il progetto ha resistito a Mafia Capitale e stava lentamente arrivando al traguardo. Prima dell’estate il Consiglio comunale avrebbe dovuto approvare la variante al piano regolatore e il testo della convenzione urbanistica, ultimi atti d’un certo peso prima del via libera a costruire. Ma dal 13 giugno, giorno degli arresti, la macchina non si è più mossa. Il sindaco Raggi ha dapprima annunciato una «due diligence» degli uffici comunali su tutti gli atti, poi ha vagheggiato la richiesta d’un parere del Politecnico di Torino sull’affidabilità dei flussi di traffico. La nuova dead line concessa al Comune è il 30 dicembre: la Roma s’aspetta di festeggiare il Capodanno almeno con la variante urbanistica.

La Gazzetta dello Sport

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