Data di pubblicazione: lunedì 21 aprile, 2014 13:52

Lutz Eigendorf – La triste storia del Beckenbauer dell’Est (AUDIO)

Avete presente i film di spionaggio? Quelli con inseguimenti, agenti infiltrati, intercettazioni e tutto il resto? Quelli che se da un lato ti tengono avvinto fino alla fine, dall’altro etichetti subito come “americanate”. Quelli che pensi: “Queste cose nella vita di tutti i giorni non succedono”. Beh, a volte le americanate esistono anche nella realtà. Esistono addirittura storie che, anche se sono accadute veramente, sembrano troppo assurde per sembrare verosimili. Che assomigliano più al soggetto di un film thriller, nato dalla penna di uno sceneggiatore, che ad una storia di calcio. Storie di spie, di fughe e di assassini. Storie, come quella di Lutz Eigendorf.

Lutz Eigendorf

La nostra storia inizia in un autogrill. Non uno di quelli moderni, sull’autostrada, con fastfood annesso. L’area di servizio di Giessen, cittadina tedesca a nord di Francoforte, assomiglia più che altro ad un piccolo emporio: una pompa di benzina, un negozio di cianfrusaglie varie, un bar non proprio pulito ed un piccolo parcheggio di Taxi. E’ una fredda mattina di marzo del 1979. A fare rifornimento di carburante c’è il pullman della Dinamo Berlino, la squadra di calcio della parte est della città. I giocatori della Dinamo, di ritorno da una trasferta, approfittano della pausa per mangiare e comprare riviste, cd dei Bee Gees e jeans americani. A un certo punto però, all’improvviso, accade il primo dei tre colpi di scena della nostra storia: un calciatore si stacca dal gruppo, si avvia rapidamente verso il parcheggio e, senza voltarsi, si infila dentro uno dei taxi parcheggiati. “La prego. Mi aiuti. Mi porti il più lontano possibile. Veloce”. Da cosa o da chi sta scappando quel giocatore? E chi è?

Lutz Eigendorf è la punta di diamante della Dinamo Berlino. Ha solamente 23 anni ma, in patria, lo chiamano già “il Beckenbauer dell’Est”. Lo abbiamo detto, è il 1979, c’è la guerra fredda, l’Unione Sovietica è ancora all’apice del suo potere e il mondo è diviso in due da una linea immaginaria che, in alcuni casi, come a Berlino, si trasforma in un muro vero e proprio. Nella Germania dell’Ovest gioca il grande Franz Beckenbauer e quindi, in pieno spirito di guerra fredda, è necessario trovare un giocatore altrettanto valido dall’altra parte del muro: Lutz Eigendorf. Il Beckenbauer dell’Est. Eigendorf gioca nella Dinamo Berlino. Ha un buon contratto, una moglie e una figlia piccola. Ma vivere a est del muro non è così semplice. Non se, viaggiando per le trasferte, si è visto il mondo occidentale. E così, approfittando proprio di una sosta durante una di queste trasferte Eigendorf, il 19 marzo del 79, sale su un taxi e si fa portare il più lontano possibile. Ma lontano da chi? O da cosa? Dal muro? Non solo. Si fa portare soprattutto lontano da Erich Mielke, il ministro della Sicurezza dello Stato e capo dei servizi segreti sovietici, la Stasi. Ma cosa c’entra il capo delle spie dell’est con Lutz Eigendorf? Ecco qui il secondo dei tre colpi di scena della storia: il terribile Erich Mielke è anche il presidente di una squadra di calcio. La Dinamo Berlino. La squadra di Eigendorf.

La nuova vita occidentale di Eigendorf non inizia con il piede giusto. La federazione tedesca sotto pressione di Mielke lo squalifica per un anno. Nella sua nuova squadra, il Kaiserslautern, non riesce a dimostrare continuità. E poi ci sono quegli uomini vestiti di scuro che arrivano al campo di allenamento, si chiudono in una stanza con l’allenatore e lui, quando esce, mette il Beckenbauer dell’est fuori rosa per due o tre settimane. Si sposta allora all’ Eintracht Braunschweig ma anche qui non cambia nulla. Sempre poche partite e sempre uomini in nero. Al campo di allenamento, in tribuna, sotto casa. Altre spie della Stasi invece si dedicano a seguire la moglie, rimasta a Berlino est. Uno di loro, nome in codice “Romeo” addirittura inscena un corteggiamento, la seduce, la sposa e poi la lascia, al solo fine di estorcerle informazioni sul marito. Erich Milke l’ha presa sul personale. E non si darà pace finché non avrà raggiunto il suo obiettivo.

La fuga di Lutz Eigendorf si conclude la notte tra il 5 e 6 marzo 1983, quando la sua Alfa Romeo esce di strada e si schianta prima su un albero per poi finire la sua corsa contro un muro. Sulle cause di quel tragico schianto, archiviato dalla polizia come incidente in stato di ebbrezza, ci sono moltissime ipotesi. La teoria più accreditata evidenzia come il tasso di alcol rilevato nel sangue del calciatore fosse talmente elevato che, probabilmente, non sarebbe riuscito nemmeno a stare in piedi, figurarsi a guidare un auto. Tanto più che Eigendorf era notoriamente astemio. Alcuni testimoni, inoltre, assicurerebbero di aver visto una berlina nera senza targa aspettare il calciatore, ferma sul ciglio della strada, per abbagliarlo con i fari e farlo uscire di carreggiata. Tutte ipotesi che, però, non hanno mai trovato prove concrete ad avvalorarle. Ciò che è certo è che quel 5 marzo, dopo meno di 4 anni, si conclude, per mano della stasi, la fuga, e la vita, di Lutz Eigendorf. Terzo e ultimo colpo di scena. Anche se in questo caso più che un colpo di scena ciò che è accaduto sembra un tragico e perfido scherzo del destino. Eh si, perché la vita dell’uomo che ha rinunciato a tutto, famiglia, calcio, carriera, per provare a scavalcare un muro si spegne in una fredda notte tedesca, ironia della sorte, proprio contro un muro.

(Testo di Marco Muscarà – Voci di Noemi Pierini e Marco Muscarà)